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Rosario Pintaudi
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Anna Di Giglio
 

 

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Inimicitia Papyrologorum - G.M. - F.M.

 


F.M.





 

 

E l’inimicitia papyrologorum continua…



S crivo queste righe dopo aver a lungo taciuto su una vicenda che, sul piano umano e professionale, mi ha ferito profondamente. Non lo faccio a cuor leggero: conosco il peso delle parole e so quanto sia delicato, per un professore alla mia età e con la mia storia, mettere per iscritto una delusione che riguarda non solo un rapporto di lavoro, ma anche un legame di lunga data con tuo padre, collega e amico fraterno, con cui ho condiviso decenni di progetti, discussioni, fatiche e stima reciproca.

  Ti ho vista crescere, professionalmente e umanamente. Non sei mai stata mia allieva in senso formale, e non rivendico alcun ruolo “ufficiale” nella tua formazione. Tuttavia, proprio in virtù dell’amicizia con tuo padre, ti ho considerata fin dall’inizio come una persona di casa: ho sostenuto il tuo lavoro, ti ho aperto porte, ti ho coinvolta in occasioni scientifiche importanti, anche quando il tuo nome non aveva ancora il peso accademico che oggi possiede.

  Sono stato io, più volte, a spendere il mio credito perché il tuo lavoro fosse preso in considerazione nei luoghi e nei momenti giusti. Sono stato io a portarti per la prima volta su uno scavo in Egitto, a mostrarti non solo la dimensione brillante dei convegni, ma anche la quotidianità del lavoro sul campo, con i suoi problemi concreti e le sue responsabilità.

  Non ti ho mai trattata come una pedina, ma come la figlia di un amico: con disponibilità, ascolto, consigli e aiuti che nessuno mi aveva chiesto di darti e che tu hai accolto. Proprio per questo, ciò che è accaduto in seguito ha avuto per me un peso doppio: non solo professionale, ma anche affettivo.

  A un certo punto, ho iniziato a percepire un cambiamento netto nel tuo modo di rapportarti alla mia figura. Non c’è stato un confronto aperto, né una discussione scientifica esplicita; non c’è stato uno scontro dichiarato su contenuti o linee di ricerca. Eppure, nella comunità scientifica, ho avuto sempre più spesso la sensazione che il mio nome venisse evocato in modo critico o riduttivo, non in sedi di dibattito scientifico, ma attraverso osservazioni laterali, mezze frasi, allusioni. Ho percepito, intorno a me, un clima di crescente distanza e sospetto, che non riconoscevo nelle nostre storie precedenti.

  Nel tempo, alcune decisioni istituzionali hanno cambiato profondamente il mio ruolo. Penso, in particolare, alla mia sostituzione alla direzione di una rivista scientifica alla quale ero legato da decenni, che avevo contribuito a rilanciare e a far crescere. Non contesto il principio di un ricambio generazionale o di una successione nelle cariche: sono eventi inevitabili, e spesso anche auspicabili. Ciò che mi ha ferito è stato il modo in cui questo passaggio è avvenuto. Ho percepito procedure poco trasparenti, una mancanza di dialogo diretto, l’assenza di un vero confronto sul futuro della rivista e sul significato di quel cambiamento. Più che un passaggio di testimone, l’ho vissuto come un ridimensionamento improvviso e non spiegato del mio ruolo.

  Ancora più doloroso è stato il modo in cui si è interrotta la mia partecipazione a uno scavo che ho diretto per oltre vent’anni. Quando sei arrivata, molte cose erano già state costruite: relazioni con le autorità, infrastruttura scientifica, credibilità internazionale, consuetudini di lavoro. Era un contesto faticosamente messo in piedi nel tempo, con tutte le difficoltà che conosci bene. Col passare degli anni, ho avuto la netta impressione che la mia presenza diventasse sempre meno gradita, fino a essere considerata superflua. Non ho percepito un accompagnamento rispettoso verso una nuova fase, ma una decisione brusca, calata dall’alto, che mi ha fatto sentire espulso da un progetto che consideravo parte integrante della mia vita scientifica.

  Si sarebbe potuto immaginare un altro modo: discutere apertamente, concordare i tempi di un passaggio, riconoscere pubblicamente il lavoro svolto, permettere a chi lascia di scegliere modi e ritmi dell’uscita. Questo non è accaduto. Le modalità concrete con cui tutto ciò si è svolto mi hanno trasmesso l’idea di una volontà di chiudere uno spazio, più che di aprirne uno nuovo.

  Ho vissuto tutto questo come una mancanza di lealtà e di rispetto, prima ancora che come un contrasto scientifico. Non nego che possano essere esistite differenze di vedute, sensibilità diverse, priorità non coincidenti: fa parte della vita accademica. Ciò che mi ha colpito è stata la scelta di non affrontare queste differenze in modo frontale e argomentato, ma attraverso decisioni già prese, comunicate a cose fatte, lasciando che la narrazione degli eventi si sedimentasse altrove, in spazi che non permettevano un vero contraddittorio.

  C’è poi un elemento che, per me, resta il più doloroso: il legame con tuo padre. Sai bene quanto tenessi alla sua amicizia, quante cose abbiamo condiviso nel corso degli anni. Quando ti ho sostenuta, lo ammetto senza imbarazzo, l’ho fatto anche perché eri sua figlia. Per me contavano sia le tue capacità, sia la continuità ideale di una storia comune. Per questo ho percepito come particolarmente dura la sensazione che il debito di riconoscenza, la memoria delle relazioni, il rispetto per chi ti ha aiutato, venissero messi da parte come qualcosa di ingombrante, legato a un passato da archiviare rapidamente.

  Questo testo, per me, è un atto di chiarificazione: non pretende di essere “la” verità, ma è la mia verità, il modo in cui ho vissuto gli avvenimenti, le emozioni e le scelte che li hanno accompagnati. I documenti, le decisioni formali, le lettere e gli atti parleranno, nel tempo, per conto loro. Qualcuno, un giorno, potrà rimettere insieme i pezzi con maggiore distanza e serenità di quanta io ne abbia adesso.

  Chi esercita il potere, nelle istituzioni culturali come altrove, ha sempre davanti a sé un bivio: può usarlo per includere, riconoscere, accompagnare, oppure per escludere, semplificare, cancellare. Io credo che la vera grandezza stia nel primo atteggiamento: nel saper valorizzare ciò che si è ricevuto, nel riconoscere il lavoro altrui, nel rendere possibile un ricambio che non assomigli a una rimozione. Quando questo non accade, restano ferite che non sono solo individuali, ma riguardano anche la memoria delle istituzioni e la qualità delle relazioni che le attraversano.

  Ti auguro di poter guardare un giorno a questa storia con uno sguardo più distaccato e di interrogarti su ciò che è accaduto, anche dal mio punto di vista. Se quel momento arriverà, queste parole avranno avuto il loro senso.

  

  Rosario Pintaudi

  



(Pdf)





  


Inimicitia Papyrologorum (Introduzione)


G.M.


  


  

 


 

 

 

 


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